La via per Kabul

Annemarie Schwarzenbach | 2000 | La via per Kabul
(Tutte le strade sono aperte)

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L’essenza di questa antologia postuma – edita anche con il titolo di ‘Tutte le strade sono aperte’ – è un’apparente contrasto, in una condizione sospesa tra la pianificazione del viaggio ed il lasciarsi trasportare dal viaggio stesso.
L’autrice racconta la “magia dei nomi” letti la prima volta sui libri per poi ritrovarli carichi “della fredda cenere della realtà”, dopo aver affermato che “una volta in viaggio si dimentica il desiderio di sapere.”
Stabilisce che “una città del nome magico e irreale diventa reale nel momento in cui vi entriamo e la rendiamo viva con il nostro respiro”. Ma ogni luogo per lei non è che una porta d’ingresso: ad Istanbul il suo sguardo è rivolto verso le rive dell’Asia perchè “laggiù inizia un altro mondo, laggiù c’era la soglia che dovevo varcare”. La frontiera afghana “è la linea di demarcazione tra due mondi.” Superato il passo Khyber in direzione dell’India c’è giusto il tempo di “fermarsi, gettare uno sguardo – dov’è la terra promessa?”
Resta sospesa tra il desiderio di “sentirsi vivere, tener testa alle ore” ed abbandonarsi all’ozio in Afghanistan; d’altra parte “le lettere aspetteranno, il tempo qui non costa nulla.”
Si dichiara “abituata a contare ogni chilometro, a conquistare ogni palmo di terreno” per poi constatare che “tutte le strade sono aperte, ma non portano da nessuna parte.”
L’itinerario del viaggio – dalla Svizzera all’India – viene riassunto in un pensiero finale, con la precisione della sequenza di nomi alternata alla lirica delle descrizioni. L’ultima tratta – dall’Afghanistan a Bombay, con ritorno via mare verso Genova – viene condotta in solitaria, senza la compagna di viaggio Ella Maillart.

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