Letteratura


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Quali libri raccontano l’Hippie Trail?
Pochi per la verità… è come se nessuno abbia voluto mettere nero su bianco le avventure e le sensazioni del grande viaggio, quasi come se non si potessero trovare le parole adatte per descriverlo. I racconti di chi c’era sono spesso frammentati e la maggior parte dei libri ricorre alla tecnica del flashback o al viaggio di ritorno a distanza di anni. Al tempo stesso questa carenza di informazioni ha sicuramente contribuito all’alone di leggenda che circonda il viaggio.
Ci stiamo idealmente preparando per partire e prima dell’inizio del viaggio anche questa volta ci vengono in aiuto le Lonely Planet…



Tony e Maureen Wheeler | 2006 | Un giorno viaggiando.
The Lonely Planet story

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Un giorno viaggiando è un’autobiografia bella come un romanzo di come due ragazzi abbiano creato un’impero commerciale partendo dal loro “viaggio di iniziazione” compiuto nel 1972 da Londra all’Australia. Tra le pagine del libro si passa attraverso sensazioni opposte: dal rimpianto per un viaggio ad oggi irripetibile sulle orme della Via della Seta di Marco Polo e della rotta hippie delle 3 K (Kabul, Katmandu e Kuta) allo stimolo di ricordare le volte in cui nei nostri viaggi ci siamo sentiti di aver fatto nel nostro piccolo un’esperienza eccezionale.


Tony Wheeler | 2012 | Across Asia on the cheap

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Across Asia on the cheap è l’antenata delle attuali guide Lonely Planet ed è stata scritta raccogliendo gli appunti del loro primo viaggio, anche se è impostata in realtà con il percorso inverso a partire dall’Australia. Nella odierna riedizione in e-book, si possono rivivere le atmosfere ed i luoghi del viaggio attraverso le brevi descrizioni inframmezzate con una serie di informazioni pratiche ovviamente fuori tempo.


Peter Moore | 2003 | La strada sbagliata.
Da Londra a Sidney per la via più lunga

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La premessa dell’autore è suggestiva: prendere una pausa dal proprio lavoro a Londra e tornare in Australia via terra, ripercorrendo le tappe della rotta hippie.
“Chiedete a qualsiasi hippy stagionato e vi diranno che il viaggio più bello fu quello via terra da Londra all’Oriente, intorno al 1967. Potevi prendere con te una ragazza – diavolo, potevi prendertene anche due o tre, se ti andava – e partire per una lunga, tranquilla odissea in India, Nepal e Thailandia e in altri posti che la gente aveva visto solo su National Geographic. Lungo la strada avresti trovato l’illuminazione, una maglietta dai colori vivaci che faceva pendant con l’amuleto comprato da uno zingaro al mercato di Camden e, se eri davvero fortunato, un chilo di hashish al prezzo di un pacchetto di patatine fritte.”
L’autore ci accompagna nel suo viaggio di ritorno con uno stile ironico e spassoso, ma che denota al tempo stesso competenza storica e spirito di osservazione.
I mitici luoghi della rotta, dal Pudding Shop al Khyber Pass fino a Freak Street, sono descritti in tono dissacrante che rende meno amara la considerazione della fine di un’epoca.
Impressionanti le statistiche finali: otto mesi di viaggio, venticinque nazioni ed i più disparati mezzi di trasporto. Si arriva alla fine quasi senza accorgersene tanta è la leggerezza con cui viene attraversato e descritto ogni Paese, dai Balcani in guerra all’ozio nelle spiagge del Sud-Est asiatico.


Rory MacLean | 2006 | Magic Bus

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L’autore ripercorre, la parte accessibile della mitica rotta, viaggiando per cinque mesi su autobus e treni locali nella prima metà degli anni 2000.
Nell’introduzione afferma amaramente che “la rotta che molti credevano conducesse ad un mondo migliore è stata ridotta ad un sentiero di polvere e di pericolo, da parte dei combattenti talebani, dei commando statunitensi e degli armamentari di modernità.”
Il suo viaggio a ritroso nel tempo è strutturato in 31 capitoli, ciascuno dei quali intitolato come una canzone dell’epoca.
Personalmente mi sono ad oggi fermato al primo capitolo con la partenza da Istanbul ma come scrive l’autore: “La mia meraviglia per quel primo passo ancora mi commuove…”
Il romanzo è infatti in inglese e non esiste ad oggi una traduzione in italiano: qui potete trovare una mia traduzione amatoriale senza scopi commerciali del primo capitolo, inserita al solo fine di introdurre lo spirito del romanzo.


Paul Theroux | 2008 | Un treno fantasma verso la Stella dell’Est

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L’edizione italiana del Bazar Express del 1975 (titolo originale The Great Railway Bazaar) è introvabile e mi sono accostato quindi a questo viaggio di ritorno, in cui l’autore ritorna sui suoi passi a distanza di oltre 30 anni con un occhio diverso ed un percorso di andata leggermente diverso, vista l’impraticabilità della “Rotta Hippie”.
Il racconto si svolge per la maggior parte su due piani di narrazione, il viaggio attuale ed i rimandi al viaggio precedente, evidenziando i cambiamenti nei luoghi e nella mentalità dell’autore.
Nel capitolo relativo alla Sri Lanka si trovano due perle ravvicinate nelle pagine dedicate al mancato incontro con Sir Artur Clarke: “il Tao del viaggio insegna che basta aspettare e prima o poi le cose accadono” e l’epitaffio sempre relativo a Clarke che “non è mai diventato adulto e non ha mai smesso di crescere”.
Mi rimane tanta curiosità per il libro originario…


Nicolas Bouvier | 1963 | La polvere del mondo

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L’autore giornalista e l’amico pittore, “stranieri evasi da un mondo più dolce”, si mettono in viaggio da Ginevra nel 1953 a bordo di una Topolino: “Il programma era vago, ma in casi simili l’importante è partire.”
I due giovani compagni di viaggio hanno davanti “due anni e soldi per quattro mesi”: grazie ai loro testi e ai loro disegni riescono a viaggiare per 18 mesi. Attraverso i Balcani fino al mitico Khyber Pass, anticipano di oltre un decennio il percorso che sarebbe diventato l’Hippie Trail.
Al di là del racconto delle loro avventure e dei loro incontri, il romanzo è impreziosito da una lunga serie infinita di pensieri poetici sulle motivazioni del viaggio, la sua influenza nella formazione e l’arte della scrittura di viaggio.
Indimenticabili il pensiero iniziale ed il pensiero finale:
“È la contemplazione silenziosa degli atlanti, a pancia in giù su un tappeto, tra i dieci e i tredici anni, che dà la voglia di piantar tutto. […] Quando il desiderio resiste anche dopo i primi attacchi del buon senso, si inventano ragioni. E ne trovate, ma non valgono niente. La verità è che non sapete come chiamare quello che vi spinge. Qualcosa in voi cresce e molla gli ormeggi, fino al giorno in cui, non troppo sicuri, partite davvero. Un viaggio non ha bisogno di motivi. Non ci mette molto a dimostrare che basta a se stesso. Pensate di andare a fare un viaggio, ma subito è il viaggio che vi fa, o vi disfa.”
“Quel giorno, veramente ho creduto di afferrare qualche cosa e che la mia vita davvero ne sarebbe stata inevitabilmente cambiata. Eppure nulla di ciò può essere acquisito in maniera definitiva. Come un’acqua, il mondo filtra attraverso di noi, ci scorre addosso, e per un certo tempo ci presta i suoi colori. Poi si ritira, e ci rimette davanti al vuoto che ognuno porta in sé, davanti a quella specie d’insufficienza centrale dell’anima che in ogni modo bisogna imparare a costeggiare, a combattere e che, paradossalmente, è il più sicuro dei nostri motori.”
Nel mezzo un atto d’amore per l’Asia, il cui tempo “scorre più vasto del nostro” e “costringe quelli che essa ama a sacrificare la loro carriera al loro destino. Fatto ciò, il cuore batte più libero, e numerose sono le cose di cui si riesce a cogliere il senso.”


Charles Duchaussois | 1972 | Flash.
Katmandu il grande viaggio

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Forse lo avete letto come la storia di un junkie e della sua discesa agli inferi.
Vale la pena (ri)leggerlo come la storia di un hippie e del suo grande viaggio, da Istanbul a Kathmandu attraverso Libano, Afghanistan e India.
Viene mostrato il lato oscuro degli hippie: Kathmandu è un supermarket della droga, dove alcuni hippie si spingono oltre, fino all’autodistruzione alle pendici dell’Himalaya. Spassoso l’episodio storico della colossale imbucata alla festa all’ambasciata francese, che segnerà però il cambiamento di strategia da parte del governo nepalese e della sua tolleranza verso gli hippie e le droghe dando il via ad una stagione di espulsioni ed incarcerazioni.
“Arriviamo a Katmandu verso le quattro o cinque del pomeriggio. È il 4 luglio 1969. Esattamente fra sei mesi meno sei giorni, sarò sull’aereo che decollerà per Parigi. Mezzo morto. Ma ora, mentre salto giù dall’autocarro, sono solido, fiducioso, con tutti i sensi in perfetta efficienza. Mi trovo in una città asiatica piatta, non molto grande, di poco diversa dalle altre, che come le altre brulica di gente e ha dappertutto cupole e templi. Ma qualcosa di diverso c’è: l’aria è straordinariamente leggera. È normale, Katmandu è a 1000 metri d’altitudine, e in lontananza si vedono le cime innevate dell’Himalaya.”


Paulo Coelho | 2018 | Hippie

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L’autore racconta il viaggio hippie attraverso un’autobiografia romanzata, in cui il suo alter ego Paulo e Karla, una ragazza olandese, si incontrano ad Amsterdam nel 1970 e decidono di salire a bordo di un Magic Bus per raggiungere il Nepal con una variegata comitiva.
Nonostante le grandi aspettative, il romanzo sembra non entrare mai nel vivo e le strade dei protagonisti rischiano di dividersi già ad Istanbul: Karla è alla ricerca di motivazioni per proseguire verso l’Oriente mentre Paul è deciso ad abbracciare il sufismo.
Per ritrovare le rare tracce della rotta hippie non rimangono che le promesse di un depliant “Parti per paesi che non hai mai nemmeno immaginato. Biglietto: 70 dollari” ed una poetica citazione: “I viaggiatori e gli autisti trascorrevano la notte all’aperto, spesso al freddo, felici di contemplare il cielo stellato, di addormentarsi in compagnia degli angeli, abbandonando la realtà del mondo e compenetrandosi – magari per un solo istante – con l’infinito e con l’eternità che li circondava.”


Luigi Guidi Buffarini | 2011 | La lunga strada per Kathmandu
Quando gli Hippies migravano in Oriente

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La lettura è scorrevole e lo stile ironico si adatta al meglio alle (dis)avventure del quartetto che viaggia dall’Italia al Nepal su uno sgangherato furgone con improbabili compagni di viaggio occasionali.
Il racconto è godibile e restituisce appieno l’atmosfera dell’epoca anche se tende a privilegiare gli aspetti pratici del viaggio rispetto al contesto storico-culturale.
Il protagonista ripercorre il viaggio con stile autoironico e disincantato: “No, decisamente non ero il tipo del viaggiatore coraggioso e neppure tollerante: non sopportavo i disagi, non sopportavo il caldo, la sete, le cimici, la sporcizia, la stanchezza, fino al punto di non osservare ciò che mi stava intorno se non con l’occhio del sopravvivente. Anche adesso, sotto la volta del cielo stellato, sapevo che a guardarla con occhio distaccato l’alba rossa che si stava annunciando su quell’arido deserto mi sarebbe apparsa divina. Io, però, sarei stato pronto a scambiarla senza rimorsi con un bicchiere di acqua minerale ghiacciata con le bollicine”.


Maurizio Lipparini | 2014 | Oriente ultimo viaggio.
Lungo le strade che portavano in India

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Romanzo scritto con uno stile poetico e intriso di nostalgia, che narra un viaggio di quasi nove mesi.
Il giovane protagonista parte dall’Italia in autostop con un amico, raggiunge la Grecia in nave e da lì raggiunge Istanbul per intraprendere il proprio viaggio di formazione.
La Turchia e l’Iran sono tappe di avvicinamento, l’Afghanistan ed il suo popolo rimangono nel cuore (“il cuore del viaggiatore è infinito” afferma l’autore), poi il passaggio in Pakistan e l’ingresso in India con la scelta di rinunciare al Nepal e puntare sulle spiagge di Goa, “la Dourada”.
Una struggente citazione dalle pagine finali rende lo spirito di continua ricerca interiore del protagonista: “Nel viaggio avevo inconsciamente giocato ben più della fresca pudica sete di percorrere le rotte sconosciute, di provare finalmente la sospirata ebbrezza, di riunirmi totalmente al grande fremito che incitava alla migrazione […].”
Il capitolo finale è un condensato di preziose informazioni di prima mano sull’Hippie Trail: dalla descrizione della piazza di Delhi quale punto di arrivo dei Magic Bus, al racconto della percorrenza del Khyber Pass al confine tra Afghanistan e Pakistan, fino alle modalità di rimpatrio tramite l’ambasciata italiana di Kabul.


Emanuele Giordana | 2017 | Viaggio all’Eden.
Da Milano a Kathmandu

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Racconto di nuova uscita strutturato su due livelli, tra il presente ed i frammentati ricordi di quel viaggio compiuto negli anni Settanta.
Il taglio è prevalentemente un reportage giornalistico, nel quale colpisce soprattutto la grande ammirazione dell’autore verso l’Afghanistan ed il suo popolo.
Le parti del libro con le testimonianze dirette riguardanti il viaggio dall’Italia al Nepal sono molto sintetiche ma rendono l’idea del percorso e dello spirito del viaggio.
Interessante l’ambientazione tutta italiana degli anni Settanta, con i protagonisti che provengono dalle università milanesi e si finanziano il viaggio con impieghi notturni alle Poste ed in altri casi con la cassa integrazione.
L’autore ricorda così le motivazioni della partenza: “Eravamo malati, come no. Bruciati dalla passione per quel treno che partiva dalla Stazione Centrale e proveniva da Parigi diretto a Istanbul […] fino alla Porta d’Oro aperta sull’Oriente.”


Raffaele Favero | 2006 | Rafiullah.
Via da Milano, fra i mujaheddin

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Le sensazioni alla lettura del libro sono contrastanti: da un lato l’ammirazione per la straordinaria figura di Raffaele, partito da Milano nel 1967, che ha trovato lungo l’Hippie Trail la conversione e si è integrato con il popolo afghano fino alla tragica fine nel 1983 durante l’invasione russa. D’altro canto la monotonia di un romanzo composto quasi integralmente dalle sue lettere alla famiglia in Italia, prima con continue richieste di denaro poi con la descrizione degli avvenimenti ordinari della propria vita in Australia.
In una delle ultime lettere la moglie scrive alla famiglia: “I suoi bisogni sono di spiritualità, di bellezza, di cose eccitanti e nuove, di apprendimento e accrescimento dei suoi saperi del mondo”.


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